ARCHITETTURE

Estratto da: Progetti e disegni a cura di Vittorio Adenti - giugno 2003



L’architettura di Francesco Arata

Nel 1913 Francesco Arata si diploma brillantemente professore di disegno architettonico all’ Accademia di Belle Arti di Brera (1), formatosi sui temi dell’architettura eclettica ottocentesca, insegnata da Camillo Boito, Luca Beltrami, Giuseppe Sommaruga, Ulisse Stacchini, tra i più affermati professionisti milanesi.







F.Arata-G.Muzio, bozzetti per il monumento ai caduti di Castelleone, acquerelli, 1921

viste prospettiche del cimitero di Castelleone, acquerello, 1921

il nuovo municipio di Castelleone, particolare esterni, 1935

particolare degli interni del municipio di Castelleone, 1935

particolare degli interni del municipio di Castelleone, 1935

facciata dell'ammasso di Castelleone, 1937 (foto recente)

All’ Accademia rimane come insegnante di ornato fino al termine della guerra, durante la quale, essendo privo di un occhio, gli viene concesso di prestare il servizio militare a Milano, in modo da non interrompere l’insegnamento (2).

Collabora a lungo con l’architetto Giovanni Greppi (3), alternando il disegno architettonico e la scenografia alla pittura ed alla incisione, fin quando, verso la metà degli anni ’20, decide di dedicarsi completamente alla pittura.

Ha pertanto l’occasione di lavorare con quelli che diventeranno i migliori architetti del Novecento Milanese, i quali espongono le proprie opere nel 1921 presso i locali della Famiglia Artistica (4).

La mostra viene recensita sul giornale il Popolo d’Italia (direttore Benito Mussolini) da Margherita Sarfatti (5) (che di lì a poco promuoverà il movimento del ‘900) la quale coglie argutamente l’unione tra le arti propugnate dai partecipanti.

“alla Famiglia Artistica mostra di architettura. Questa che dovrebbe essere la madre delle arti, ora ne è diventata il madro, la compiacente e non di rado complice ancella.

Qui per esempio, il motivo architettonico funge spesso da pretesto … nelle gustose acquarellature di piazzette e di case venete, nelle prospettive e modelli di monumento ai caduti di Francesco Arata (da non confondersi con l’architetto Giulio Ulisse)” (6).

Il citato monumento ai caduti è probabilmente lo stesso progetto sviluppato con la collaborazione di Giovanni Muzio (7) nel 1921 per il paese natale.

È importante sottolineare nuovamente il fecondo rapporto che lega il Professore alla parte più vivace e avanzata della cultura milanese, quella che cerca di conciliare, con consapevolezza critica, la storia e la modernità al fine di creare un nuovo linguaggio architettonico.

Quando la pubblica amministrazione di Castelleone lo coinvolge (l’ampliamento del cimitero, 1919 e 1947; il Municipio, 1935; la facciata dell’ammasso del grano, 1936) Arata esce dalla sua usuale riservatezza e si mette in gioco, affrontando gli incarichi con la perizia tecnica e la consapevolezza stilistica acquisiti in anni di lavoro milanese.

È un architetto completo, secondo l’accezione ottocentesca: si è esercitato all’Accademia di Brera su temi aulici, ha lavorato come scenografo alla Scala, già prima della Grande Guerra è stato a Londra e Parigi, dove ha conosciuto l’evoluzione dello stile liberty, l’art decò.

E come Greppi si era distaccato dal linguaggio del maestro d’Aronco, anche Arata nel momento in cui affronta autonomamente i suoi incarichi sviluppa progetti stilisticamente distanti dalla leggerezza eclettica del Greppi, più vicini alle opere della nuova architettura italiana, come viene rappresentata nella V Triennale di Milano del 1933 (8) nel nuovo Palazzo dell’arte di Muzio.

Arata viene chiamato per incarichi parziali, a migliorare o salvare progetti altrui, per la fama e la stima che il paese gli riconosce, ma sempre sotto tutela di ingegneri o capomastri, perché troppo indipendente, e di idee non conformiste, forse rivoluzionarie.

Il Professore unisce alla straordinaria abilità grafica e compositiva, le solide basi culturali e tecniche acquisite nella lunga frequentazione dei migliori architetti milanesi del periodo, e lo sprone dell’impegno civile, anche se non trova la comprensione dell’ambiente provinciale alla propria interpretazione dell’architettura, della cui modernità è consapevole.

Nulla nei suoi progetti è gratuito, il rigore intellettuale non gli consente alcuna concessione; per questo il rapporto con i committenti è sempre conflittuale, perché Arata è poco incline alla mediazione, ha dell’arte (di tutte le arti, anche dell’architettura) un nobile concetto, che mal si adatta all’ignavia dei suoi interlocutori provinciali.

Ordine, misura, proporzione: sono le parole chiave dell’interpretazione dell’opera di Arata: sono anche le istanze propugnate dal movimento del ‘900, che il pittore Arata sfiora appena nella sua profonda indipendenza artistica.

(1) il diploma del 20.12.1913 (votazione 353/400) è preceduto da una nutrita serie di riconoscimenti scolastici:

1909: menzione d’onore al corso di disegno prospettico

menzione d’onore al corso di disegno ornamentale

1910: menzione d’onore al corso di disegno prospettico

medaglia d’argento al corso di disegno ornamentale

medaglia di bronzo al corso di disegno dal vero

1911: medaglia di bronzo al corso di prospettiva

medaglia di bronzo al corso di disegno dal vero

1912: medaglia di bronzo al corso di prospettiva

medaglia d’argento al corso di disegno ornamentale

medaglia d’argento al corso di disegno dal vero

1913: medaglia di bronzo al corso di prospettiva

medaglia di bronzo al corso di disegno ornamentale

premio straordinario al corso di composizione

(2) Regia Accademia di Belle Arti, lettera del 20.11.1915


(3) Giovanni Greppi (1884-1960) lavora nello studio di Raimondo d’Aronco, che lo avvicina ai modelli compositivi della Secessione Viennese. Ottiene il 2° posto al concorso per la nuova stazione Centrale di Milano (1912). Per il Ministero della Difesa esegue (insieme ad Arata) una serie di incisioni celebrative dello sforzo bellico. Lunga e feconda l’attività professionale: lo stadio di Como (1925), la sede della Banca Popolare di Milano (1931), la sede della Cassa di Risparmio di Milano (1933, con G. Muzio), e molti edifici privati. A partire dagli anni ’20 costruisce per la Ferriera di Dal mine il nuovo villaggio operaio: l’albergo (1925), l’asilo (1926), la scuola elementare ed i villini per gli impiegati (1928), la casa parrocchiale ed il padiglione per la mostra dei prodotti (1929), la chiesa (1931, pala d’altare di F. Arata), i negozi del centro (1937), il palazzo degli uffici e la casa del Fascio (1938), il Dopolavoro ed il Municipio (1939), le colonie estive di Castione della Presolana (1931) e Riccione (1937). Costruisce inoltre numerosi sacrari per i caduti della Grande Guerra: Monte Grappa, Redipuglia, Pian di Selesei, Timau, Caporetto, San Candido. Nel dopoguerra realizza la sede della Banca Popolare di Novara ed altre 20 succursali.


(4) Espongono le proprie opere: Cesare Fratino, Aldo Anati, E.A. Griffini, Paolo Mezzanotte, Francesco Arata, Giovanni Greppi, Giovanni Muzio, Giò Ponti, Emilio Lancia, Tullio Carrer, Manfredo d’Urbino, Antonio Rovelli, Alberto Alpago-Novello, Piero Palumbo, Giulio Magistretti, Giuseppe Crosa, Ottavio Cabiati, Guido Ferrazza, Giuseppe De Finetti.


(5) Margherita Sarfatti (1880-1961) affascinante intellettuale cosmopolita, anticipa la figura del promotore dell’arte: socialista, attiva nell’emancipazione della donna, prima biografa e amica del Duce, cercò di dare al Regime una politica culturale. Organizza nel 1923 la prima mostra del movimento ‘900 con gli artisti Gian Emilio Malerba, Achille Funi, Leonardo Dudreville, Ubaldo Oppi, Anselmo Bucci, Piero Marussig, Mario Sironi. Messa in disparte negli anni ’30, nel 1938 è costretta a lasciare l’Italia perché di origine ebraica.


(6) M. Sarfatti, cronache d’arte, il Popolo d’Italia, 21 maggio 1921


(7) Giovanni Muzio (1893-1982) frequenta la Facoltà di ingegneria di Pavia e si diploma nel 1915 alla Scuola di applicazione per architetti civili del Politecnico di Milano. Chiamato alle armi, soggiorna a lungo in Veneto dove studia le opere di Palladio (Andrea di Pietro della Gondola, detto il -, 1508-1580, attivo a Vicenza e Venezia). Partecipa come cartografo militare alla Conferenza per la pace di Parigi. Intraprende quindi a Milano l’attività professionale (con grande notorietà) realizzando numerosi edifici di rappresentanza: la Cà Bruta di via Moscova, (1921), il Tennis Club (1923), il Monumento ai Caduti presso S. Ambrogio (1926), la nuova sede dell’Università Cattolica (1928), il Palazzo dell’Arte (1933), le case di abitazione di P.zza della Repubblica (1935), la sede della Cassa di Risparmio di via Verdi (1937), il Palazzo dei Giornali (1938), il complesso dell’Angelicum (1939), il Palazzo della Provincia (1940), le logge dell’Arengario in piazza Duomo (1940). Nello stesso tempo approfondisce l’impegno culturale di insegnante, urbanista e storico. Esprime una personale riflessione sul tema dell’architettura religiosa in numerose realizzazioni: la Parrocchiale di S. Maria in Chiesa Rossa a Milano (1932), il Santuario di S. Ambrogio a Cremona (1936), la Curia generalizia dei Frati Minori a Roma (1942), la Chiesa dei Quattro Evangelisti di Milano (1954), il Santuario di S. Antonio alla Brunella di Varese (1955), la Chiesa di S. Giovanni Battista alla Creta di Milano (1958).


(8) “in questi anni il pubblico italiano ha preso viva parte ai problemi d’architettura. L’evoluzione sociale e civile, la rivoluzione tecnica, i calcoli ed i procedimenti usati nell’impiego dei nuovi materiali, gli studi e le applicazioni su la “funzione”, l’uso vitale delle costruzioni, hanno mutato volto all’estetica architettonica e radicalmente trasformata l’arte del costruire” M. Morgagni, la Rivista illustrata del Popolo d’Italia, numero speciale agosto 1933, pag. 65